Varcato il vestibolo d’ingresso, ove a destra è il punto di accoglienza e a sinistra la Spezieria (con l’ampia corte retrostante), si entra nella Corte Esterna, detta Casa Bassa. A sinistra gli alloggi dei pellegrini, a destra quello dei conversi o monaci laici, ossia i certosini non stretti dalla clausura. Di fronte, la maestosa Facciata, di stile barocco: in basso le grandi statue dei santi Lorenzo e Pietro (a sinistra) e Paolo e Bruno (a destra); in alto, sopra le finestre, le figure dei 4 evangelisti, di Maria e di S. Anna; in cima, pinnacoli e figure allegoriche con la Vergine al centro e l’iscrizione in latino Felix coeli porta (Felice porta del cielo) con la data 1723. A sinistra e a destra della facciata, gli accessi all’ampio parco (Desertum) che circonda la Certosa.

All’inizio della Casa Alta, secondo la  Regola di San Bruno (nato in Germania e fondatore a  Grenoble nel 1084 dell’Ordine Certosino), si trovava la  parte cenobitica, deputata sia all’accoglienza dei nobili e dei  religiosi in visita, sia al disbrigo degli affari. Qui operavano  prevalentemente i conversi, sotto la guida di alcuni padri. Il  primo chiostro è quello della Foresteria, cinquecentesco  nella parte inferiore (risaltano la bella fontana centrale e le  arcate in pietra), seicentesco in quella superiore (con porti  cato affrescato, cappella di S. Anna e alloggi). Gli ambienti a  piano terra si segnalano per i ricchi affreschi settecente  schi, di cui notevoli quelli dell’attuale biglietteria, opera del  buonabitacolese Francesco Di Martino, artista locale di  scuola napoletana che ha contribuito anche all’arricchi  mento decorativo di altri monumenti del Vallo di Diano  (come i conventi di S. Francesco a Padula e di S. Antonio a  Polla). In un angolo del porticato, molto bella una statua  della Vergine con Bambino, in pietra locale e datata al 1502.  La porticina di fronte immetteva alle antiche cucine, con  resti in pietra dei primitivi piani di cottura.

Lungo il fianco destro del chiostro della Foresteria, una porta in cedro del Libano datata al 1374 e capolavoro d’intaglio introduce alla Chiesa monastica, mirabile connubio di sontuosità e rigore. Essa è divisa in due sottostrutture: il coro dei Conversi (di scuola umbra e datato al 1507, a firma di Giovanni Gallo) e il coro dei Padri (di maestranze lombarde e datato al 1503). Il passaggio avviene attraverso le cappelle laterali, di cui la prima (Capitolo dei conversi) conserva il bel Seggio del Priore, intagliato nel ‘500. I seggi dei cori, chiamati anche stalli, sono stati realizzati con pregiati materiali lignei, sapientemente lavorati dalle esperte mani di scultori e rappresentano, attraverso precisi intagli e intarsi, paesaggi e scene di vita di Santi, Padri della Chiesa ed episodi neotestamentari. Gli stucchi aurei e gli affreschi sei-settecenteschi – sopravvissuti all’invasione napoleonica e che ricoprono le volte ogivali trecentesche – donano un senso di sfarzosità all’ambiente, che si arricchisce di un prezioso altare maggiore policromo in scagliola, madreperla, lapislazzuli e altre pietre preziose (opera di G. D. Vinaccia, a fine ‘600). Presso quest’ultimo, sono le tele del pittore napoletano Salvatore Brancaccio (1860), che raffigurano Il martirio di S. Lorenzo (a sinistra), Il transito di S. Bruno (a destra) e I due santi in gloria (al centro). Da segnalare anche il bellissimo pavimento in cotto e maiolica della chiesa dei Padri, databile al 1750 circa ed opera di Donato e Giuseppe Massa. Dietro l’altare è l’ingresso alla Sacrestia, che conserva i mobili originali in acero e noce (datati al 1686 ed opera di un monaco) e soprattutto un Ciborio in bronzo raffigurante scene della passione di Cristo (opera di Jacopo del Duca, allievo di Michelangelo). Tale manufatto, fuso nel 1572 e ricondotto a Padula nel 1988 (dopo che se ne erano perse le tracce dal 1813), attrae lo sguardo del visitatore e lo rapisce verso l’eterno.

Sul Cimitero si apre l’ampio Refettorio (ben 61 posti a sedere), adibito alla consumazione dei pasti nei giorni festivi e in Quaresima e realizzato tra il 1734 e il 1739. Nella parete di fondo campeggia il grande dipinto ad olio raffigurante le Nozze di Cana datato al 1749 ed opera di Alessio D’Elia; sulle altre tre pareti, private delle tele dai Francesi, altrettante porte. Assai bello il settecentesco pavimento a marmi policromi, scenografico il pulpito (dal quale un monaco recitava le letture, mentre i confratelli mangiavano), perfetta l’acustica della stanza tale da renderlo ambiente ideale per conferenze e concerti.

Questo grande ambiente, aperto sul Cimitero, in  origine era probabilmente Refettorio. A testimoniarcelo  sono i cospicui affreschi rinvenuti, tra cui mirabile la  Deposizione nella parete di fondo, datata al 1650 e firmata  da tale Anellus Maurus. Costruita a metà ‘700 la nuova sala  da pranzo, l’aula, con ampia volta a botte, divenne cucina:  gradualmente si costruirono i vari piani di cottura e soprat  tutto la grande cappa al centro, a rappresentare l’opulenza  ormai raggiunta dai Certosini di Padula. Una fascia di maio  liche verdi e gialle corre lungo tutta la stanza, fino ad un’al  tezza di cm 170, con l’intento di allontanare gli insetti dalle  mense. Su queste ultime erano adagiate le vivande: preva  lentemente verdure, pesce, uova e formaggi, con l’esclusio  ne quasi assoluta della carne (ammessa solo nelle grandi  festività o per eventi straordinari). Tra le tante visite illu  stri, oltre a quella di Ferdinando IV nel 1786, la leggenda  racconta dell’arrivo nel 1535 dell’imperatore Carlo V  d’Asburgo, per il quale i monaci prepararono una frittata di  ben mille uova (avvenimento rievocato ogni anno, il 10 ago  sto, con una festa in costume in onore di S. Lorenzo).

Oltre il chiostrino della cucina, troviamo sulla  sinistra le strette scale della cantina, zona fresca semi  interrata dove i Certosini producevano e conservavano il  vino. Qui resta il grande torchio, ricavato da un unico tron  co di quercia di quindici metri di lunghezza, datato al 1789,  e sulla cui base è murata un’epigrafe romana che ci informa  del culto di Attis. Sappiamo che intorno al 1780, per la ven  demmia, giunse in Certosa mastro Francesco Raja da Torre,  cui si deve l’ultimo assetto degli ambienti. Le gigantesche  botti non sono originali, in quanto costruite negli anni  Sessanta del ‘900 in occasione della realizzazione a Padula  del film C’era una volta.

È uno spazio rettangolare a due piani di  circa cinquecento metri di perimetro (m 149 x 104) e  costruito in quasi due secoli (dal 1583 al 1760), al cui inter  no si trova il Cimitero Nuovo, progettato sui disegni nel  ‘600 del celebre architetto Cosimo Fanzago. L’ampio spazio  verde racchiuso tra gli 84 pilastri, con al centro una fontana  pure del Fanzago, dà al visitatore al tempo stesso un senso  di quiete e di pace spirituale. Lungo il porticato inferiore del  Chiostro Grande (completato nel 1656) sono collocati gli  ingressi delle 24 (o forse 25) celle dei monaci certosini, veri  appartamenti dell’epoca con un soggiorno, una camera da  letto con camino, una scala con sovrastante studio e persino  un giardino privato: il tutto affidato alle cure del singolo  monaco. Da qualche anno, molte di queste celle ospitano  diverse esposizioni di arte contemporanea, offrendo un  connubio tra antico e moderno. Al piano superiore del chio  stro (realizzato nel corso del ‘700) è un ampio corridoio  finestrato, che costituiva la cosiddetta “Passeggiata coper  ta” dei monaci, cui si accede dall’imponente Scalone  Ellittico in fondo. Quest’ultimo, in pietra locale su progetto  dell’architetto Gaetano Barba, allievo di Luigi Vanvitelli,  costò ben 64.000 ducati e fu completato intorno al 1780.  Presenta sette grandiose aperture che si affacciano sul  parco (Desertum), offrendo dall’alto una vista unica sulla  Certosa, il paese ed il Vallo.

Nella parte finale del Chiostro Grande possiamo apprezzare tutta l’imponenza e magnificenza dello Scalone vanvitelliano, commissionato al maestro Gaetano Barba e costato, all’epoca, sessantaquattromila ducati, per unire la parte inferiore del chiostro con la cosiddetta Passeggiata coperta. Completato intorno al 1780, presenta sette grandiose aperture che si affacciano sul parco (Desertum), offrendo dall’alto una vista unica sulla Certosa, il paese ed il Vallo.

All’inizio della clausura è posto l’appartamento priorale, composto da dieci stanze e ben due  cortili interni. Eletto tra i monaci e dotato a Padula di un  notevole potere temporale, il Priore costituiva la guida spi  rituale e materiale della comunità. Dopo un ampio ingresso,  con lungo corridoio ed archivio privato, si possono visitare  la sala di ricevimento (con mobili originali intarsiati del  ‘600), la camera da letto (ov’è esposta l’edizione originale  del 1763 dell’opera del Salmon, con la prima veduta della  certosa), la cappella privata dedicata a S. Michele (qui, sta  tua lignea del santo, datata al 1649, opera di Giuseppe  Feriello), l’ampio giardino cui si accede da una loggia affre  scata e che immette nel Parco. Quest’ultimo, denominato  Desertum ad isolare i monaci dal mondo esterno, era un  tempo orto comune, ma oggi si presenta in parte come giar  dino, in parte come prato, in parte come boschetto di pini,  lasciando intravvedere qua e là, nel fondo, le “fughe” pro  spettiche originali sul muro di cinta.

Altro chiostro della parte ceno  bitica della Certosa, di pertinenza dei conversi. Il  Procuratore era – in una certosa – quel monaco che, su indi  cazione del Priore e con una temporanea licenza dalla vita  ascetica, ne amministrava il patrimonio e sovrintendeva al  buon andamento della casa. A Padula i beni erano davvero  immensi ed estesi ben oltre i confini dell’attuale Campania  (fino allo Ionio), ragion per cui i Procuratori erano più di  uno. Infatti, è bene ricordare che all’ordine accedevano di  norma i figli non primogeniti delle grandi famiglie nobili del  tempo che, in alternativa alla vita militare, elargivano ric  che doti e lasciti per entrare in monastero. Tra l’altro, dal  1645 ai primi dell’800, l’intero feudo della “Terra di Padula”  (comprendente anche Buonabitacolo, Montesano e  Casalbuono) era amministrato dai Certosini di Padula, da  cui dipendevano tutta una serie di appositi funzionari. Il  chiostro è di gusto riccamente barocco (influssi dell’archi  tetto napoletano Ferdinando Sanfelice) e presenta un porti  cato al piano inferiore (col refettorio dei conversi) e una  galleria finestrata a quello superiore (con gli alloggi dei  procuratori e passaggio all’appartamento priorale). Al cen  tro, fontana circolare in pietra ornata da un delfino e da ani  mali marini bizzarri, in mezzo ad aiuole disposte secondo  uno schema simmetrico. Lungo il portico, è oggi un  Lapidarium, che raccoglie sarcofagi, rocchi di colonne, capi  telli, epigrafi e steli provenienti dall’insediamento lucano  romano di Cosilinum. Da segnalare sono: la prima epigrafe a  sinistra, che ha permesso allo storico locale don Arcangelo  Rotunno (1852-1938) di identificare il sito archeologico ad  inizi Novecento; colonne e capitelli di un tempio italico del  II sec. a.C. rinvenuto agli inizi del ‘900 in località Vascella.  Chiesa e Sacrestia - Lungo il fianco destro del chiostro  della Foresteria, una porta in cedro del Libano datata al  1374 e capolavoro d’intaglio introduce alla Chiesamonasti  ca, mirabile connubio di sontuosità e rigore. Essa è divisa in  due sottostrutture: il coro dei Conversi (di scuola umbra e  datato al 1507, a firma di Giovanni Gallo) e il coro dei Padri  (di maestranze lombarde e datato al 1503). Il passaggio  avviene attraverso le cappelle laterali, di cui la prima  (Capitolo dei conversi) conserva il bel Seggio del Priore,  intagliato nel ‘500. I seggi dei cori, chiamati anche stalli,  sono stati realizzati con pregiati materiali lignei, sapiente  mente lavorati dalle esperte mani di scultori e rappresenta  no, attraverso precisi intagli e intarsi, paesaggi e scene di  vita di Santi, Padri della Chiesa ed episodi neotestamentari.  Gli stucchi aurei e gli affreschi – sopravvissuti all’invasione  napoleonica e che ricoprono le volte ogivali trecentesche –  donano un senso di sfarzosità all’ambiente, che si arricchi  sce di un prezioso altare maggiore policromo in scagliola,  madreperla, lapislazzuli e altre pietre preziose (opera di G.  D. Vinaccia, a fine ‘600). Presso quest’ultimo, sono le tele  del pittore napoletano Salvatore Brancaccio (1860), che  raffigurano Il martirio di S. Lorenzo(a sinistra), Il transito di  S. Bruno (a destra) e I due santi in gloria (al centro). Da  segnalare anche il bellissimo pavimento in cotto e maiolica  della chiesa dei Padri, databile al 1750 circa ed opera di  Donato e Giuseppe Massa. Dietro l’altare è l’ingresso alla  Sacrestia, che conserva i mobili originali in acero e noce  (datati al 1686 ed opera di un monaco) e soprattutto un  Ciborio in bronzo raffigurante scene della passione di  Cristo (opera di Jacopo del Duca, allievo di Michelangelo).  Tale manufatto, fuso nel 1572 e ricondotto a Padula nel  1988 (dopo che se ne erano perse le tracce dal 1813), attrae  lo sguardo del visitatore e lo rapisce verso l’eterno.  Sale del Capitolo e del Tesoro - Dalla Chiesa dei Padri si  accede alla clausura. Su un vestibolo (il parlatorio o sala  delle campane) si aprono le settecentesche sale del  Capitolo (ove venivano discusse e organizzate le attività  del monastero e in cui notiamo quattro statue in pietra agli  angoli, opera di Domenico Lemnico, una cupola ellittica e  una bella tela sull’altare, unica superstite alle spoliazioni  napoleoniche) e del Tesoro (adibita alla custodia del ricco  arredo sacro certosino, con mobili originali intarsiati e son  tuosa decorazione a stucco). Particolare curiosità suscita  nel visitatore l’Ordine Liturgico del giorno, una sorta di  organizer dell’epoca, rimasto intatto dall’ultimo giorno di  permanenza dei monaci nella Certosa e visibile lungo il  varco di uscita dalla chiesa.

Prossimi Eventi

Contattaci

Chiamaci allo
+39 0975 778549

Scrivici a
info @ padulaturismo.it